30/01/2026 Imperfect By Design, ovvero Elogio del difetto. Perché l’imperfezione è diventata la scelta più sofisticata che un brand possa fare
Saranno stati i siti pieni di immagini stock. O i filtri dei social, con facce senza nemmeno più le rughe di espressione. Oppure, più di recente, quando abbiamo iniziato a chiederci se quel video fosse vero o generato con l’AI. Fatto sta che da un bel po’ di tempo abbiamo smesso di fidarci delle cose troppo perfette.
Il dizionario Merriam-Webster ha scelto “slop” come parola dell’anno 2025 – letteralmente la poltiglia, il beverone che si dà ai maiali. Un termine che descrive i contenuti AI-generated che ormai intasano ogni angolo del web.
I dati confermano la sfiducia: secondo uno studio Raptive del 2025, la fiducia del lettore crolla del 50% quando sospetta che un contenuto sia AI-generated. Se sembra artificiale, abbiamo già perso.
Non è un caso che Vince Gilligan (già creatore di “Breaking Bad”) abbia inserito nei titoli di coda della sua nuova serie Apple TV “Pluribus” la dicitura: “This show was made by humans”.
Una reazione dell’industria creativa era prevedibile.
Canva ha messo in cima ai trend del 2026 l’approccio “imperfect by design”, ovvero l’imperfezione intenzionale. Le ricerche di estetiche lo-fi sono cresciute del 527%. L’80% dei designer intervistati dice che quest’anno vuole “riprendere il controllo” sul proprio lavoro.
Non è un fenomeno nuovo. I cicli estetici funzionano così da sempre: quando una tecnologia rende accessibile un certo tipo di perfezione, una parte del mercato reagisce cercando l’opposto. È successo con la fotografia digitale, e la Polaroid è tornata. Con lo streaming musicale, e il vinile ha ripreso quota. Con la stampa offset, e la risograph è diventata culto nell’editoria indipendente.
Uno dei casi più noti risale al 2024: la copertina di “Brat” di Charli XCX. Un verde acido che la stessa artista ha definito “offensivo”, un Arial pixelato, nessun effetto speciale. Sembra fatta male. In realtà il designer Brent David Freaney ha testato oltre 500 tonalità di verde in sei mesi di lavoro per arrivare a quel risultato.
Più recentemente, lo studio italiano Formafantasma ha collaborato con Artek per introdurre nella produzione il “wild birch” – betulla con nodi, tracce di insetti e variazioni cromatiche che prima venivano scartate.
Vengono in mente i “brutti ma buoni”, i famosi biscotti piemontesi rugosi e irregolari. Buonissimi proprio perché non cercano di sembrare altro da quello che sono.
Riesci a riconoscere la moka finta? Spoiler: lo sono entrambe
Ecco il paradosso: l’imperfezione richiede più lavoro della perfezione.
Creare qualcosa di umano è diventato il vero tocco del professionista. Il difetto come firma. La sbavatura come autenticità. Quello che il trend coglie, forse senza dirlo, è che il pubblico pretende che dall’altra parte ci sia qualcuno, non qualcosa.
Ma c’è un rischio: che diventi un altro filtro da catalogo, un preset, un modo per sembrare autentici senza esserlo.
In Pindarica usiamo l’AI tutti i giorni. Non pensiamo che sia il nemico. Pensiamo che sia uno strumento potente che cambia il peso delle cose e le rende più democratiche. Quello che prima era difficile (produrre) adesso è più facile. Ma quello che è sempre stato ancora più difficile (avere qualcosa da dire) resta difficile.
Nel nostro lavoro – se pensiamo al packaging, alla cartotecnica, alle esperienze fisiche sensoriali – sappiamo quanto conta la qualità di una carta, il modo in cui un colore si deposita su una superficie, la differenza tra una piega fatta bene e una fatta male.
La questione non è rifiutare la tecnologia. È pretendere che serva l’espressione, invece di appiattirla.
“L’autenticità passa dalla coerenza: tra quello che dici e quello che fai, tra quello che prometti e quello che consegni. Non ci sarà mai perfetta coincidenza – ed è lì che interviene l’imperfezione buona. Quella che richiede coraggio, quella che il pubblico riconosce.
E il coraggio, per fortuna, ancora non si genera con un prompt.”
Matteo Cocconcelli
CEO e socio fondatore Pindarica